July102011

Riabilitazione di lievito

Il vicolo è lungo e stretto, quasi infinito. I muri di mattoni rosso sporco sono incrostati da vecchi cartelloni e graffiti. La strada è inverosimilmente pulita. Resta sconnessa, piena di buche e piccoli dossi, che le conferiscono le sembianze di un grosso serpente di cemento cristallizzato in una posa eterna. L’aria goffa e pregna di umidità non lascia spazio agli ampi respiri di cui avrei bisogno, inglobando i miei polmoni in un loop di brevi fiati nervosi. Percorro lentamente il vicolo, cercando un numero civico. La testa come una pallina da ping pong si agita da destra a sinistra, memorizzando mentalmente la progressione dei numeri. Mi ritrovo a contare, quasi fosse l’unica mappa.

30, 31, 32, 33.

Trascino i sandali lungo il serpente, finché mi rendo conto di una seconda presenza. Mi volto piano, quasi cinematograficamente, e noto alle mie spalle un signore di mezza età, magro e abbronzato, che mi fissa inespressivo con occhi di ghiaccio. Indossa una tuta da lavoro unta, di color azzurro scuro, che stranamente si intona ai suoi capelli pepe-sale e alle lunghissime sopracciglia dello stesso colore. Tiene le braccia lungo il corpo, e se ne sta immobile al centro del vicolo, come una pianta che accetta il luogo dove un tempo cadde il seme.

L’uomo alza il braccio, parallelamente al vicolo, e mi indica un punto più avanti.

Eccolo, il 35.

Ringrazio abbassando il capo, lui ringrazia saltando e facendo sbattere i talloni tra di loro, come fosse Gene Kelly. La porta del civico 35 è di metallo pesante, molto graffiata e molto profumata. Come mi era stato indicato, busso tre volte e attendo. Mi viene ad aprire una signora di circa cinquant’anni, occhiali spessi, cotonatura vintage, e con un’abbondante tuta da ginnastica in microfibra rossa. Mi saluta con un sorriso e io faccio altrettanto, e appena varco la soglia della sua casa, mi abbandono su di lei, come un palloncino sgonfiato troppo velocemente.

La signora mi sorreggere e io le chiedo scusa, le chiedo di perdonarmi, che forse è il caldo, forse è la stanchezza. Lei mi trascina per il corridoio, tenendomi da sotto le braccia, lasciando macinare i sandali sulla moquette ispida. Mi fa sedere su una sedia di metallo arancione, molto scomoda. Cerco di reggermi allo schienale, invano. La testa comincia a girare, a diventare pesante. La signora mi dà le spalle, sta armeggiando con la cucina. Le parole di aiuto mi escono dense come petrolio, ed eruttano dalle labbra in massa informe e senza senso. Mi sento la lingua gonfia e impacciata, le ginocchia tremano e il corpo implora di accasciarsi a terra. Comincio ad agitarmi sulla sedia, tentando di scacciare quell’orribile sensazione. Fissando la moquette noto un piccolo buco, forse di sigaretta, che man mano, quasi impercettibilmente, comincia ad allargarsi. E si allarga sempre di più, fino ad arrivare alle zampe della sedia arancione. A quel punto mi metto in ginocchio sulla sedia e, ormai incapace di emettere suono alcuno, cerco di allungare la mano verso la signora, che continua sfacciatamente a darmi le spalle. Cado nel buco. Atterro in un cumulo di foglie secche e umide. Cerco di urlare e finalmente la voce mi esce rigogliosa. Ma è un lamento. Rimango basita e provo a urlare aiuto, ma mi esce un lamento. Riprovo, e ora il lamento assomiglia ad un pianto. Il pianto si allarga e si fa strada verso gli occhi. Con mani e braccia cerco di asciugare le lacrime, che ormai cadono copiose lungo le guance e corrono giù giù fino ai sandali. Attorno a me è tutto buio, l’odore delle foglie assomiglia ad un sottobosco autunnale. E più cerco aiuto più il mio pianto diventa isterico e catartico.

Poi, chiudo gli occhi. Chiudo la bocca. Piango. Dall’alto un lunghissimo braccio purpureo mi raggiunge e, arrivato infondo, lascia sbocciare una mano alla sua estremità. La mano è piccola e morbida. Mi si posa sulla spalla. Piango.

Le foglie escono dalla mia bocca senza quasi che mi accorga del conato. Le sento passare attraverso l’esofago, la gola, fino alle labbra, che le sputano bagnate come cibo non digerito. Mentre continuo a vomitare, la mano mi accarezza la spalla, dolce e leggerissima. Finché, senza avvertimenti, afferra il bavero del mio vestito nero a cuori bianchi, mi solleva e mi recupera. Ondeggiando nel vuoto sputo le ultime foglie, poi tossisco.

Mi ritrovo distesa a terra ai piedi della signora con la tuta. Si inginocchia vicino a me, sorridendo. Con la mano sinistra apre il forno e facendo attenzione al calore, ne fa uscire un piatto di ceramica blu pieno di tranci di pizza.

Mi racconta che no, non l’ha cucinata lei, ma che la prende in un posto dove la fanno molto spessa e soffice, e che se ha due giorni è ancora più buona. Incapace ancora di parlare, cerco di farle capire con lo sguardo che no, non mi interessa. Lei invece me la presenta davanti e mi sussurra che la pizza è un piacere basilare della vita. È semplice, dà una piccola gioia, e non chiede particolare impegno. Così addento, ancora piangendo, il trancio di pizza. E più ne mangio più le lacrime evaporano dai vestiti, dissolvendosi in piccole nuvolette bianche. E più ne mangio più il sapore orribile di foglie marce scompare dalla mia bocca. E più ne mangio meno mi brucia lo stomaco. Più ne mangio, più sono concentrata a capirne il gusto e la consistenza. Le chiedo qualcosa da bere, riuscendoci. Arriva la Coca Cola, in bottiglia di vetro. Ne mangio tre tranci, e li innaffio con la bibita. E alla fine le chiedo dove l’ha comprata, perché è davvero buona.

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