July62011

La sfida del Monte Barro

Nel 2008 feci visita ad alcuni amici di Lecco. Era Ottobre, ma faceva ancora abbastanza caldo. Lecco è una città piccola, di gusto montanaro, tranquilla. Mi piace.

Decidemmo di andare a fare una gita al Monte Barro. In quei giorni, grande classico Gianola, avevo la febbre. Una febbre stupida, intorpidimento mentale, più che altro. Il Monte Barro non è troppo alto, 922 metri, per i nativi del posto una passeggiatina pomeridiana. Per la pigra Elisa, una scalata epocale. Partii con loro, e con la febbre. Prima di affrontare l’itinerario previsto, mangiammo in una baita della zona, cinghiale e polenta. Roba rustica, roba buona.

Poi finalmente ci incamminammo. I lunghi e scaltri passi montanari degli amici si opponevano al mio goffo avanzare. Ogni tanto si fermavano ad aspettarmi, un po’ seccati e un po’ divertiti. Durante la salita pensai più volte di accasciarmi a terra e morire tra i pini. Tuttavia, come un sacco di patate a molla, mi tiravo su, prendevo fiato e ripartivo. Fu qualcosa di palesemente difficile per me. Una sorta di dolce agonia. Il paesaggio era meraviglioso. Da lì si potevano vedere i laghi e le cittadine disperse nei monti. L’aria era fresca e il sole scaldava al punto giusto. Ogni tanto ci si fermava a scattare qualche foto e poi via, si riprendeva la marcia. Quando arrivai in cima il panorama che mi si presentò fu spettacolare. Se chiudo gli occhi lo posso ancora vedere, e percepire il vento, e l’aria pura che mi riempie i polmoni. Arrivata in cima qualcosa era cambiato. Mi sentivo magnificamente. Il corpo aveva reagito, si era messo in moto, aveva sputato fuori lo schifo accumulato e lo aveva rimpiazzato con qualcosa di migliore. Lì sopra, tra le rocce e la croce di ferro, io mi sentivo da dio.

Negli anni lo presi sempre come esempio di sfida. “Se ho scalato il Monte Barro posso fare anche questo”. Che ai più sembrerà follia, perchè è davvero poco più di una passeggiata. Ma la cosa mi è servita, fisicamente e mentalmente. Dò poca fiducia al mio corpo, dopo 8 anni di ginnastica ritmica l’ho abbandonato a se stesso, ho lasciato che facesse i conti con le mie pessime abitudini. E un po’ mi manca, avvertire che l’intera macchina funziona, e bene. Mente sana in corpo sano, dicono.

Non so se porterò a termine la sfida o meno. Per ora me lo annoto come possibile obiettivo da raggiungere. Sfidare quel piccolo e dolce monte, tutto da sola. Arrivare in cima e sentire di aver dominato corpo e natura, e magari sentirsi meglio con se stessi, urlando al paesaggio sotto di me “SUCATE, io ce l’ho fatta”.

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