October252011

Il mistico ingranaggio del vivere bene

Trapanando il cemento duro della mia scorza, ho avuto buone e cattive sorprese. Ho imparato a intravedere terzi colori, ho scoperto il valore della dignità, ma ho anche accettato le sconfitte, ho allontanato la persone che amo, ho dovuto costringermi a guardarmi. E ho scoperto due tipi di dolore ben distinti. Dolori legati ai buchi. Questi orrendi, cupi, tetri buchi che abbiamo all’altezza dello stomaco. Buchi con le fauci, come grandi bocche di squalo, che fagocitano tutto quello che capita sotto tiro. Chi ha i buchi nella pancia, tende ad azzannare alla cieca qualsiasi impulso vitale, qualsiasi evento di riconferma esistenziale. Può essere una persona, una passione, uno sport, qualsiasi cosa. E quando il tappabuchi viene a mancare, crolla miseramente tutto il palco. Come se lo squalo, dopo aver ingerito copertoni, scarpe, targhe di macchine, le rigettasse fuori, nauseabondo e malato. Il suo tossire, il suo vomitare, assomiglia molto ad un rantolo di morte. Perchè effettivamente lo è. Una piccola morte, uno sradicamento del pavimento, un personaggio dell’orrore che ti prende per le scapole e ti sfila la pelle. Il dolore è un dolore vuoto, un dolore inutile, non dolore non funzionale. Sopraggiunge il fallimento, l’idea che senza quel vomito tumefatto niente abbia più senso. Si dorme, si dorme, si dorme. E si vorrebbe dormire per sempre. La soluzione al buco è molto semplice, e ai più sembrerà anche scontata. Fagocitare se stessi, tapparsi il buco da soli, infilandoci dentro le braccia, le mani, sputandoci dentro, tirandosi i bordi della pelle. Insomma, in ogni modo possibile. Anche trash. Una persona col buco ad altezza stomaco tende a reiterare lo stesso bisogno negli altri. Attira suoi simili come fossero calamite. Cerca di colmare i buchi degli altri perchè vorrebbe che qualcuno facesse lo stesso con lei. E’ la grande catena del vomito, il mistico ingranaggio del vivere male. Il buco ad altezza stomaco, il vuoto attorno ad esso, lo stupido tentativo e l’arroganza di voler aiutare qualcun altro, nel frattempo. Qualcuno che inconsciamente coincide col bisogno di riconferma di fallimento personale, quell’entità che, inconsapevole, ci ricorda che non ci meritiamo poi molto. Che magari dobbiamo aspettare le scelte di terzi, che dobbiamo subire il contagio di sconosciuti. E che la situazione ci va benissimo, perchè essa esiste per rammentarci che non valiamo abbastanza neanche per un semplice rapporto di condivisione. Le proprie scelte attirano dignità. E finalmente non siamo vittime della nostra vita. Diventiamo attori, attori protagonisti, prime donne dello star system, regine del ballo. La vita in pugno e l’orgoglio della sfida. Il quale genera un tipo di dolore diverso, un dolore utile. Lacrime che parlano, che ti sorreggono. Attacchi di panico funzionali. Perchè prima di avere la pretesa di notare il cambiamento negli altri, dobbiamo sputare litri di sangue per percepirlo in noi stessi. Perchè l’unico amore che basta, è quello verso la mummia rincoglionita che vediamo ogni mattina davanti allo specchio, mentre ci laviamo i denti.

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