Il fallimento, l’amore, la morte
Sogno di ritrovarmi incinta. Di partorire una bambina, tra spasmi e dolore insopportabile. Sogno di amare la bambina, di accudirla, di lavarla e di darle da mangiare. E sogno che la bambina cresce, e cresce, e cresce.
Sogno che mia madre è davanti a me. Al suo fianco, mia nonna. Quattro generazioni di donne. Sogno che mia mamma, con fare superiore, punta il dito verso la bambina e afferma con tono solenne “La bambina cresce troppo in fretta, morirà”. Mia nonna, al suo fianco, non dice nulla, ma pensa la stessa cosa.
Così ho imparato che il Super-Io è vicino a me, ma si palesa solo in casi di estrema necessità, in procinto di morte. E lo fa per un chiaro e semplice motivo: ribadire il fallimento. Per tutto il resto dello stato di coscienza se ne sta assopito, incurante dell’istinto, pigro nel suo ruolo.
E la bambina gioca con l’ingenuità, con la stupidità, col filtro che le manca da una decina d’anni: la possibilità di capire. Il bene, il male, il giudizio. Saltella in giro per il mondo senza porsi domande, senza riflettere, in moto perpetuo verso la distruzione. La nonna è il mio obiettivo, la nonna è la mia salvezza. Il punto di incontro tra Es e Super-Io. Una speranza ora concreta.
Tuttavia la sensazione di fallimento persiste. Il fallimento accumulato, quello che aspetti al varco, quello in coda alla carovana. Accettarlo, assimilarlo. Andare avanti.
Eppure, qualcosa resta in sospeso a mezz’aria, senza trovare una giusta collocazione. Perchè, malgrado il mio tentativo di riavvicinamento tra la madre e la bambina, malgrado i miei sforzi per farli incontrare e coesistere, un piccolo grande argomento resta ancora senza casa. L’amore.